PREFAZIONE: L’ELOGIO DELLA COMPLESSITA’

 

Il cielo sopra il porto era del colore di uno schermo televisivo sintonizzato su un canale morto.[1]

 

L’incipit di “Neuromancer” è ormai divenuto un cult per gli amanti di science fiction e del genere cyberpunk. Nelle parole di William Gibson è racchiuso un futuro in cui grava inesorabile la devastante mano dell’uomo, uno scenario tetro ed esasperato in cui la Natura, ormai soltanto un mitico ricordo, ha ceduto il passo alla tecnologia imperante.

 

Svegliatosi nella nuova realtà, Neo viene collegato ad una macchina tramite spinotto cranico e “trasportato” all’interno di un programma chiamato “Struttura”. L’interfaccia è completamente bianca con due poltrone e un televisore. Morpheus è accanto a lui, accende la TV e gli mostra il mondo reale: una landa desolata avvolta dalle tenebre.

 

I fratelli Wachowski hanno indubbiamente studiato alla scuola di Gibson. I riferimenti cyberpunk nella Trilogia di Matrix sono sin troppo evidenti, soprattutto nelle ambientazioni e nell’idea stessa di matrice come allucinazione collettiva indotta mediante spinotti cranici. Altrettanto palesi sono le influenze della mitologia greca, della tradizione biblica, della filosofia gnostica e delle religioni orientali. Un sincretismo “postmoderno” che alla maggior parte della critica e degli spettatori (per una volta d’accordo!) è apparso un pot-pourri di generi messi nel calderone per alimentare le ingorde macchine del business.

In realtà occorre fare delle distinzioni. Ad una lettura superficiale dei tre film potrebbe sembrare che il primo abbia più senso rispetto agli altri due. Il che può esser vero nel caso in cui isolassimo ciascuna pellicola e la giudicassimo in quanto tale.

 

Matrix 1 ha una struttura relativamente semplice, quasi manichea. Non vi sono ambiguità. Tutto ciò che si trova in Matrix è male, tutto ciò che si trova al di fuori è bene. Coloro che restano nella Matrice sono intrappolati, coloro che riescono ad uscirne sono liberi. Le macchine incarnano il male e tengono prigioniero il mondo, gli uomini incarnano la libertà e si ribellano per ottenerla.

E’ una visione elementare delle cose, che non ammette mezze misure. Non prevede altri responsabili al di fuori di quelli che vengono additati come tali. Eppure già allora avremmo dovuto chiederci come si è giunti al conflitto e soprattutto perché. Dal momento che la prima legge della robotica sostiene che “un robot non può arrecare danno ad un essere umano, né permettere che un essere umano sia danneggiato a causa del suo mancato intervento”, possiamo veramente pensare che una città di macchine impazzite possa schiavizzare l’umanità?

Ma c’è di più. La storia di Matrix 1 non regge. Per quanto possa essere affascinante, la ribellione di Zion è un’utopia bell’e buona. Il perché è presto detto.

 

Se tutti mandano giù la pillola rossa ci saranno miliardi di relitti atrofizzati dentro tubi gelatinosi che combattono a mani nude contro robot volanti. Non hanno lavoro, identità, famiglia, legge, ordine civile, tradizioni, speranza, senso etico, giustizia o alcuna idea di cosa sia loro successo. Niente di niente. Sono pura carne sulla superficie lunare, il cui cielo sta cedendo e i cui dei sono misteriosi, capricciosi, malvagi e onnipotenti.[2]

 

Già nel 1999, anno dell’uscita di Matrix, un occhio attento avrebbe notato l’incongruenza di una trama peraltro ben strutturata. Se ogni rivoluzione ha in sé il germe dell’utopia, quella promossa da Morpheus & co. rischia di esserne l’emblema. I ribelli, infatti, non solo non sembrano avere una strategia che tenga conto della realtà dei fatti, ma non prendono nemmeno lontanamente in considerazione un’ipotesi tutt’altro che improbabile: “le intenzioni dei carcerieri potrebbero essere benevole e il carcere non sarebbe altro che una nursery o una riserva per la nostra stessa sicurezza, per difenderci dall’Universo cattivo che sta là fuori”[3]. Coloro che sostengono che Matrix sarebbe dovuto rimanere un’opera unica e priva di seguito semplicemente sono stati ingannati da uno degli innumerevoli veli che i Wachowski hanno posto fra il pubblico e la verità. Se poi ne esiste una…

 

Con Matrix Reloaded le (poche) sicurezze acquisite cadono definitivamente. Nel suo viaggio verso la consapevolezza, Neo capisce (e ne ha conferma) che l’Oracolo è un programma delle macchine. Lo stupore generale è la reazione scontata ad una simile rivelazione. Tutto si complica. E dove c’è complessità, la massa (sempre più abituata alla parcellizzata e parcellizzante assuefazione televisiva) fugge. Fugge perché non vuole comprendere. Fugge perché in un film non cerca troppe complicazioni. Entertainment.

Dal dialogo con l’Oracolo, Matrix cessa di essere semplicemente un film e diventa vera letteratura, grazie ad una serie di intuizioni che per alcuni vanno ad arricchire il pot-pourri cui si faceva riferimento, per altri vanno a costituire pezzi di un puzzle che viene parzialmente svelato in Matrix Revolutions.

 

Nell’ultimo film della Trilogia, Neo è ormai solo nel suo cammino verso l’illuminazione. Dopo aver saputo che l’eletto altri non è che un mero strumento mediante il quale le macchine possono isolare (e dunque controllare) l’1% degli umani che rifiutano Matrix, Neo ha la sensazione che la verità sia sempre al di là della sua portata. Ancora una volta l’intervento dell’Oracolo si dimostra risolutivo. Neo, infatti, apprende e comprende che il vero nemico è Smith, il virus, il suo opposto, colui che, minacciando Matrix, minaccia la sopravvivenza stessa degli uomini… e delle macchine! Ma ciò che apre all’eletto la strada per l’illuminazione è (paradossalmente) la cecità. In seguito ad un incidente, infatti, Neo perde la vista. A questo punto, grazie alla sua interazione con la Sorgente, egli riesce a non essere ingannato dai sensi e a usare gli “occhi della mente”. Quello che vede è il codice con cui vedono le macchine, un codice fatto di luce. E la luce, sin dall’inizio dei tempi, ha dei connotati tutt’altro che negativi.

La resa di Neo rappresenta l’ultima tappa del suo lungo percorso. Una volta liberato da Matrix, il bambino è diventato uomo ed ha acquisito i poteri di forgiare la realtà. Ma una volta raggiunta la piena coscienza del Sé e dell’Universo che lo circonda, l’adulto diventa il Bodhisattva[4] ed opera il miracolo del libero arbitrio al servizio della trasformazione del mondo!

 

Che cosa vogliono dirci i Wachowski? Che cosa si cela dietro al velo di Maya? E’ ciò che l’autore, Giuseppe Graceffa aka “Konte”, tenta di spiegare. Senza fornire alcuna pretenziosa interpretazione, ma limitandosi ad analizzare al microscopio la Trilogia più seguita degli ultimi anni, così da dare al lettore gli elementi necessari a costruirsi una propria personalissima idea.

Il lavoro, magistralmente redatto, è frutto della raccolta di interventi e articoli apparsi su www.whatisthematrix.it, la community italiana di Matrix. Ho conosciuto “Konte” sul forum del portale che con passione e fatica gestisco da quasi un anno. A lui va il mio sentito ringraziamento per l’idea del libro e per la capacità di aver saputo tradurre un sogno in realtà. Un grazie particolare va al co-webmaster Davide Borsani aka “Keanu”, a tutto lo Staff di WhatistheMatrix.it (Crew e Moderatori) e a mia moglie Giovanna, che sopporta quotidianamente le mie “farneticazioni matrixiane”. Ovviamente non può mancare un abbraccio affettuoso ai numerosi utenti della community, che aumentano di giorno in giorno e contribuiscono, con le loro interpretazioni, alla crescita del sito.

E infine il ringraziamento di noi tutti appassionati va ai creatori di un’opera che da oltre cinque anni continua a spingere centinaia di migliaia di persone nel mondo ad un’attività che purtroppo è sempre meno diffusa: ragionare con la propria testa. Grazie Wachowski!

 

 

Emiliano Carlucci aka Morpheus

Webmaster www.whatisthematrix.it

 



[1] William Gibson, Neuromante, Oscar Mondatori, Milano, 2003, p. 5.

[2] Bruce Sterling, Qualsiasi altro film? Una pillola blu, in Karen Haber (a cura di), Visioni da Matrix, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2003, p. 9.

[3] Stephen Baxter, La vera Matrix, in Karen Haber (a cura di), Visioni da Matrix, op. cit. p. 21.

[4] Indica un essere che ha raggiunto la Bodhicitta, cioè la mente orientata a raggiungere l'illuminazione allo scopo di portare tutti gli esseri senzienti allo stato di completa illuminazione. Il suo scopo è quello di raggiungere la perfetta Buddhità non per se stesso, bensì, guidato da compassione e visone profonda, tutti gli esseri senzienti. Il Bodhisattva pronuncia i suoi voti, fra i quali quello di rinunciare a lasciare il samsāra e di continuare ad incarnarsi per beneficio di tutti.